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Vi saluto con viva amicizia nel Signore. Auguro a tutti voi che partecipate
con devozione a questa santa liturgia Pace e Bene. Mi congratulo con
la vostra comunità accademica, che specialmente negli ultimi anni si è
impegnata a “fare teologia insieme”, in stile di fraternità. Così il pensiero
teologico scaturisce dalla vita di comunione e si pone a servizio di essa.
Poco fa abbiamo ascoltato un bellissimo testo della prima lettera
di Giovanni1, in cui l’amore reciproco nella comunità cristiana viene
presentato come via alla conoscenza di Dio. Secondo l’insegnamento
complessivo della Lettera, Dio si è manifestato a noi soprattutto in Gesù di
Nazaret e nella sua storia personale; ma ora, in dipendenza da lui, si rende
presente e si manifesta in quelli che credono in lui, nella misura in cui
vivono l’amore reciproco. Lo Spirito Santo innanzitutto muove a credere
in Gesù Cristo come suprema rivelazione dell’amore di Dio e poi muove
a vivere l’amore tra credenti, in modo da fare adesso l’esperienza di Dio
come amore.
In un testo precedente a quello che poco fa è stato proclamato, l’autore
della Lettera diceva: “Questo è il suo comandamento che crediamo nel nome
del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri secondo il precetto
che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti (cioè questo suo doppio
comandamento) rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli
rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato … In questo potete riconoscere
lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne
(cioè nella concretezza di una storia umana) è da Dio: ogni spirito che non
riconosce Gesù non è da Dio” (1Gv 3,23-24; 4,2-3). Dunque non qualsiasi
spirito, non qualsiasi amore rende presente e fa conoscere Dio, ma solo lo
Spirito che muove a credere in Gesù Cristo e ad amare come lui ha amato.
Ora veniamo al testo della prima Lettura. A scanso di equivoci si
ribadisce “Nessuno mai ha visto Dio” (1Gv 4,12) direttamente in se stesso.
Anche la conoscenza di fede è analogica e quindi debolissima. Tuttavia
già in apertura la prima Lettera di Giovanni affermava solennemente che
in Gesù di Nazareth Dio ci è venuto incontro personalmente e in qualche
modo si è fatto udire, vedere, contemplare e toccare con mano (cf. 1Gv
1,1-3) e nel nostro testo di oggi ripete qualcosa di simile: “In questo si
è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo
Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui … Noi stessi
abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come
salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio
rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore
che Dio ha in noi” (1Gv 4,9.15-16). Innanzitutto dunque noi conosciamo
Dio mediante la fede in Gesù Cristo; ma, credendo in lui, possiamo e
dobbiamo amarci reciprocamente come egli ci ha amati. Allora l’amore
di Dio, manifestato mediante Gesù Cristo, raggiunge il suo scopo e il suo
compimento. “Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni
gli altri … Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di
lui è perfetto in noi” (1Gv 4,12). “In noi” nel linguaggio di Giovanni può
assumere vari signifi cati, peraltro strettamente collegati tra loro: per noi,
tra noi, dentro di noi. Può indicare la presenza e immanenza di Dio sia
nel cuore dei singoli credenti sia tra di loro nella comunità. La moderna
teologia spirituale potrebbe con S. Teresa d’Avila parlare di presenza nel
castello interiore e con Chiara Lubich parlare di…






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