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1. Premessa
Il 20 novembre 1964 rappresenta una data storica per la dichiarazione
De Ecclesiae habitudine ad religiones non christianas. Nel corso della 127ª
congregazione generale, infatti, il documento ottenne un’ampia approvazione
da parte dei padri conciliari. Su 1996 votanti i placet furono 1651, i non placet
99, i placet iuxta modum 242 e i voti nulli 4. L’Aula con questo voto decretava
il prosieguo dello schema confermandone l’impostazione generale. Tuttavia,
alla votazione si era giunti in un clima di forte contrapposizione soprattutto
per le implicazioni che provenivano dagli ambienti esterni al concilio e, per
certi versi, alla stessa Chiesa. Il concilio, infatti, pur essendo un fatto interno
alla Chiesa veniva visto, seguito e vissuto in tutto il mondo e quando esso
giunse a trattare un tema particolarmente delicato come la questione ebraica
l’attenzione crebbe smisuratamente coinvolgendo in maniera abnorme tutti i
soggetti istituzionali che in qualche modo erano interessati. E se le pressioni
esterne ebbero un’origine primariamente politica collocate nel contesto del
conflitto arabo-israeliano e nel ricordo ancora vivo della tragedia nazista, il
dibattito interno pur non trascurando i fattori citati si caratterizzava anche dal
punto di vista teologico e della interpretazione delle Sacre Scritture. I giorni
che precedettero la discussione e la votazione del 20 novembre vissero questo
clima incandescente. Molti cristiani in Medio Oriente subirono ogni sorta di
violenza e gli stessi padri conciliari furono oggetto sulla stampa di attacchi
inauditi. I favorevoli alla dichiarazione vennero accusati di essersi venduti al
sionismo internazionale, i contrari di essere antisemiti se non addirittura complici dei nazisti.
Nel corso del presente saggio proverò a ricostruire il pensiero teologico di due padri conciliari
che, pur su posizioni diverse, giocarono un ruolo davvero importante nella preparazione
della dichiarazione. Si tratta di Luigi Maria Carli, vescovo di Segni (Italia), rappresentante
di primo piano del Coetus Internationalis Patrum, corrente teologica guidata dal francese
Marcel Lefebvre CSSp e che si contraddistinse in concilio per le sue posizioni tradizionaliste,
e il cardinale gesuita di origine tedesca Augustin Bea, già confessore di Pio XII e presidente
del Segretariato per l’unità dei cristiani, che svolse un ruolo fondamentale sia nella preparazione
del documento, sia nella sua approvazione nel 1965.
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