Libertà di coscienza (GS, 2) e libertà religiosa (DH)
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Libertà di coscienza (GS, 2) e libertà religiosa (DH)

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Può sembrare un accostamento estrinseco sottolineare, in prima battuta, che la Costituzione pastorale Gaudium et spes e la Dichiarazione Dignitatis humanae sono nate in virtù di inedite circostanze1. Com’è noto, non erano state previste come documenti a sé stanti. La Dichiarazione venne alla luce dopo un aspro confronto consumatosi all’interno della Commissione centrale preparatoria: da una parte i sostenitori del testo elaborato dalla Commissione teologica presieduta dal cardinal Ottaviani che avrebbe dovuto costituire il capitolo IX dello schema preparatorio dedicato ai rapporti Chiesa-Stato e che riproponeva la perenne validità del diritto pubblico ecclesiastico; dall’altra coloro che avevano contribuito alla stesura del testo elaborato dal Segretariato per l’unità dei cristiani, retto dal cardinal Agostino Bea, dall’impianto decisamente più pastorale sotto il profilo dei contenuti e del linguaggio. Quest’ultimo documento approdò per la prima volta in assemblea plenaria, alla fine del secondo periodo del Concilio, nel novembre del 1963, come capitolo V dello Schema sull’ecumenismo, “veste ecumenica di garanzia” affidata alla Commissione per il coordinamento del Concilio, affinché l’intera materia rimanesse di competenza del Segretariato. Per uscire dall’impasse di un confronto che rischiava di divenire sempre più confuso e convulso, il baricentro dello schema fu spostato progressivamente dal terreno ecumenico a quello delle libertà civili, dei diritti intersoggettivi, per essere infine stralciato dal Decreto sull’ecumenismo e trasformato in una Dichiarazione a parte.

Anche la Gaudium et spes fu concepita come documento a sé stante dopo il discorso assembleare del cardinal Suenens (2 dicembre 1962) che, su invito di Giovanni XXIII, aveva chiesto di organizzare gli elaborati del periodo preconciliare ed i risultati del dibattito attorno ad un asse centrale in grado di orientare i successivi interventi: il tema della Chiesa di Cristo, luce del mondo, doveva essere affrontato a partire dalle dimensioni costitutive della Chiesa stessa, che si interrogava sulla sua natura e sulla sua relazione con il mondo e doveva dire di sé e della sua risposta alla condizione dell’uomo contemporaneo, alle questioni della giustizia sociale, dell’evangelizzazione dei poveri e della pace. Solo muovendosi in questa duplice direzione la Chiesa avrebbe potuto aprirsi un varco per esser ascoltata e farsi interlocutrice comprensibile nel mondo di oggi, in modo che Cristo Gesù diventasse “via, verità e vita” di chi lo avesse incontrato. L’intervento fu premessa …

 

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