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Nel pensiero moderno l’interesse per il mondo dei «primitivi», per le loro credenze religiose, per i loro riti e per i loro culti è stato certamente notevole e molto più ampio che nelle epoche passate. La conoscenza del lontano e del remoto ha animato in profondità tutta la ricerca etnologica ed etnografica dell’Ottocento e più ancora del Novecento. E, tuttavia, questo interesse era viziato da non poche insufficienze: innanzitutto dall’ottica in assoluta prevalenza di carattere evoluzionistico propria del pensiero del positivismo oltreché da una psicologizzazione a volte a sfondo sociologico (ad esempio in Emile Durkhéim) che preclude ogni comprensione dall’interno del fenomeno religioso. E si sa molto bene che la vita religiosa è tutto per l’uomo «primitivo», che meglio sarebbe chiamare «arcaico», perché vive solo tramite la conoscenza e la presenza viva «in carne ed ossa» dei principi (archai) che si manifestano nella vita quotidiana ordinaria, e ciò fin dai primordi. Non c’è mai stata nella vita delle popolazioni «arcaiche» una netta e precisa distinzione fra presenza del sacro e vita sociale e comunitaria «profana». Anche le attività più semplici, come la costruzione di barche o la formazione di un villaggio di capanne costituivano momenti di carattere rituale e cultuale.
La ricerca etnologica ed etnografica ci ha fatto conoscere una ricchissima messe di conoscenze, ma non ha prodotto nessun avanzamento nella comprensione delle religioni arcaiche. Soltanto la filosofia fenomenologica ha colmato la lacuna, opponendosi vigorosamente e con successo ad ogni prospettiva psicologistica ed evoluzionistica sulla formazione e sul divenire del mondo della religione. Fondamentale in proposito è il libro di Rudolf Otto: Il Sacro (del 1917) che ha suggerito spunti di riflessione molto importanti per la filosofia della religione a Edmund Husserl, il fondatore della grande filosofia fenomenologica, senza la quale non si può comprendere per nulla il pensiero del secolo XX1. Secondo Otto, il «sacro» è oggetto di un’esperienza primaria e originaria, assolutamente inderivabile da qualsiasi genesi psicologica. La filosofia che sottende l’antropologia e l’etnologia dei secoli passati è fuorviata dal pregiudizio prettamente evoluzionistico, storicista e progressista della presunta superiorità dell’uomo occidentale europeo e americano, che sarebbe l’unico in grado di intendere pienamente la mentalità religiosa dei cosiddetti «primitivi»; in siffatta ideologia l’uomo occidentale, libero, razionale e pure «democratico», viene magnificato come l’uomo completamente emancipato da ogni sudditanza nei confronti del «religioso» e del «divino». In realtà non si deve pensare che la riscoperta e la rivisitazione del «sacro» non toglie nulla a conquiste pur sempre irrinunciabili della modernità. Anzi riesce a liberarle dai loro limiti facendo emergere in una nuova luce possibilità di esperienze e di conoscenze che la nostra epoca mostra di avere malauguratamente perduto.
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