Rivista di Pastorale Liturgica
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Rivista di Pastorale Liturgica

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EDITORIALE

L’analisi di G. Cavagnoli che apre la riflessione di questo fascicolo, inserito nell’anno commemorativo del concilio e della nostra rivista, mette bene in evidenza l’intendimento riformatore del concilio quando decide di intervenire direttamente sulle modalità celebrative. L’intervento conciliare si snoda secondo due precisi orientamenti: il ‘linguaggio’ (testi e riti) di ogni celebrazione liturgica deve, da una parte, esprimere le ‘sante realtà’, dall’altra, far sì che il popolo cristiano possa parteciparvi come comunità. Cosa accadeva alla vigilia del concilio nelle assemblee liturgiche delle nostre comunità? Il contributo di P. Tomatis cerca di fare il punto della situazione a proposito delle lingue nazionali, del canto e della musica, delle arti e dell’architettura, per valutare come e quanto fosse avvertita un’esigenza di ‘riforma’, in sintonia con un cammino di ‘riscoperta’ dello spirito della liturgia.

I documenti magisteriali posteriori al Vaticano II, scrive M. Augé, sono intervenuti più volte sui linguaggi del celebrare. Dopo il concilio, l’uso del volgare è stato introdotto nel corso di pochi anni nell’intero settore delle celebrazioni liturgiche. Nella pratica pastorale si avverte un certo disagio soprattutto nell’ambito della musica e dell’arte, per cui la letteratura del settore continua a confrontarsi con vivacità. A una certa verbosità che caratterizza talvolta il celebrare, si contrappone il sacro silenzio, come ‘linguaggio’ della celebrazione. È innegabile che il primo e più evidente frutto della riforma è la celebrazione nelle lingue locali e la necessità di tradurre dal latino i libri ufficiali. G. Venturi esamina lo spinoso tema delle traduzioni affrontando i criteri e constatando la discontinuità che c’è tra le istruzioni Comme le prévoit e Liturgiam authenticam. Tra i molti linguaggi rituali quello della musica, o meglio, del canto è tra i principali. F. Gomiero, riprendendo lo spirito riformatore del concilio, avverte che non si tratta più di trovare nella liturgia uno spazio per il canto e la musica, come fossero delle cose da offrire a Dio, per la loro arte e la loro bellezza, ma dei canti che abbiano testi e forme musicali adeguati alle caratteristiche necessarie, perché chi li usa possa con essi realizzare un’azione liturgica che più adeguatamente ed efficacemente raggiunga le finalità da perseguire, ossia la glorificazione di Dio e la santificazione dei fedeli. La maggior parte delle chiese attuali, almeno in Occidente, risalgono al Medioevo o all’età moderna e plasmano inconsapevolmente, afferma P. De Clerck all’inizio del suo contributo, la nostra comprensione di ciò che in esse accade. Quindi, passando in rassegna le principali azioni liturgiche verifica come la liturgia conciliare ci consegni due ‘problemi’ circa lo spazio liturgico: la diversità dei riti che si è chiamati a celebrarvi e la variabilità di dimensione delle assemblee. Nella seconda parte della rivista continuano le schede per la formazione del gruppo liturgico (A. Mastantuono), dei ministranti (M. Chiesa) e dei lettori (M. Baldacci e A. Maina).

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